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Un chiaro avvertimento c’era stato. Ad Aldo Moro gli americani, tramite l’allora segretario di Stato Henry Kissinger, recentemente scomparso, avevano fatto sapere che non gradivano che nel cuore dell’Europa ci fosse un governo allargato ai comunisti. Il primo a raccontare quel colloquio, avvenuto il 25 settembre 1974, era stato il portavoce dell’ex segretario della Dc, Corrado Guerzoni, durante una testimonianza resa in tribunale quando Moro era stato già sequestrato e ucciso dalle Brigate rosse. L’incontro con Kissinger era avvenuto a margine di una cena a Washington a cui Moro aveva partecipato nelle vesti di ministro degli Esteri dell’esecutivo guidato da Mariano Rumor. Guerzoni, davanti ai giudici che stavano processando le Br, spiegò che Kissinger era contrario all’allargamento della maggioranza di governo a tutti i partiti, ma in particolare al Pci. L’avvertimento del segretario di Stato Usa, raccontò poi anche la moglie dello statista, fu perentorio: "Onorevole lei deve smettere di perseguire il suo piano politico per portare tutte le forze del suo Paese a collaborare direttamente o la pagherà cara. Veda lei come la vuole intendere". ...continua a leggere "Caso Moro, Report indaga sul ruolo di Kissinger nell’ostacolare l’apertura al Pci"

Quarantacinque anni dopo, nonostante le inchieste, i processi, le sentenze e le indagini delle Commissioni parlamentari, il caso Moro è ancora oggetto di accertamenti investigativi. Sono due, infatti, i nuovi fascicoli aperti nel tentativo di fare luce sugli innumerevoli interrogativi che ancora oggi non permettono di mettere la parola fine in fondo a questa terribile pagina della nostra storia.
Si tratta di due indagini molto differenti, ma che hanno tratto spunto anche dai lavori dell’ultima Commissione parlamentare d’inchiesta, presieduta da Beppe Fioroni, che fu chiamata, durante i governi Letta-Renzi-Gentiloni, a ricostruire il sequestro e l’uccisione del presidente della Dc tra il 16 marzo e 9 maggio 1978. Cinquantacinque giorni pieni di buchi e opacità, alcune delle quali chiamano in causa apparati dello Stato infedeli, organizzazioni criminali che nulla avevano a che fare con le Brigate Rosse – come la ‘ndrangheta e la Banda della Magliana – e strani personaggi che entrarono come fantasmi nell’affaire Moro.
La prima inchiesta, tuttora aperta, vede impegnati i magistrati del pool antiterrorismo della Procura di Roma e riguarda la strage di via Fani e, in particolare, le modalità dell’agguato, anche alla luce dei risultati legati ai nuovi accertamenti compiuti dal Ris dei Carabinieri su delega della Commissione Fioroni. Un’azione fulminea, quasi militare, ma non priva di interrogativi. ...continua a leggere "Sono ancora due le inchieste aperte sul caso Moro"

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“Noi abbiamo già preso una decisione, nelle prossime ore accadrà l’inevitabile. Non possiamo fare altrimenti. Non ho nient’altro da dirle”. Era il 30 aprile 1978 e queste sono le ultime parole pronunciate al telefono, da una cabina vicino alla stazione Termini di Roma, da Mario Moretti. Dall’altro capo c’era Eleonora Moro, la moglie del presidente della Democrazia cristiana che le Brigate Rosse, nove giorni dopo, uccideranno, dopo averlo sequestrato, annientando la sua scorta in via Fani, e tenuto prigioniero per cinquantacinque giorni.
A uccidere Aldo Moro fu materialmente Moretti che del sequestro, che cambiò il corso della storia italiana, fu anche basista e figura determinante nei quasi due mesi in cui le Br tennero in scacco lo Stato. Un’azione terroristica di cui il brigatista marchigiano non si è mai pentito e di cui non ha mai parlato, fino in fondo, con le decine di investigatori e inquirenti che negli anni si sono occupati di lui e delle Br. Oggi, quell’uomo, ha 77 anni ed è praticamente quasi libero, nonostante 6 ergastoli e malgrado non abbia mai tagliato i ponti con il suo passato dissociandosi dalla lotta armata. Moretti, ha raccontato ieri il Giornale di Brescia, ha trascorso Capodanno e i primi giorni di gennaio in un appartamento, a Brescia, senza rientrare a dormire in cella, come concesso dal Tribunale di Sorveglianza. ...continua a leggere "Capodanno a casa e permessi di lavoro. La nuova vita del boia di Aldo Moro"

Alfredo Cospito L’aria è quella degli anni bui della strategia della tensione. Lo Stato da una parte e la violenza politica dall’altra. E sembra di rileggere le cronache degli anni Settanta, quando ai centralini dei giornali arrivavano rivendicazioni, annunci di attentati o minacce. E Bologna - la città della strage alla stazione centrale del 2 agosto 1980 (85 morti), dei fatti della “Uno bianca” e dell’assassinio del giuslavorista Marco Biagi, ucciso dalle Br nel 2002 - torna a essere al centro di un nuovo rigurgito eversivo. “A Bologna ci sarà un grave attentato, in relazione ai fatti di Cospito”, queste le parole pronunciate al telefono, martedì poco dopo le 8, da un anonimo. Dall’altra parte del capo c’era un centralinista della redazione bolognese de Il Resto del Carlino. La minaccia riguarda la vicenda di Alfredo Cospito, l’anarco-insurrezionalista condannato a 10 anni e 8 mesi per la gambizzazione del dirigente della Ansaldo Nucleare, Roberto Adinolfi, e all’ergastolo per l’attentato del 2006 contro la scuola allievi carabinieri di Fossano, in provincia di Cuneo. Condanne per le quali l’anarchico abruzzese, già militante della Federazione anarchica informale, è finito al 41 bis, prima nel carcere di Sassari e ora in quello di Opera. Un uomo in guerra con lo Stato, fuori e dentro i penitenziari, dove dal 20 ottobre 2022 è in sciopero della fame, proprio contro il regime del carcere duro. ...continua a leggere "Allarme bomba a Bologna. Cresce la minaccia anarco-insurrezionalista"